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Savona: dall’800 al 2000, un secolo di solidarietà sociale sul fronte della casa

È la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 27 ottobre del 1937 che decreta, a firma di Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione re d’Italia e Imperatore d’Etiopia, l’istituzione in Ente morale dell’Istituto fascista autonomo per le case popolari della provincia di Savona.

L’istanza per ottenere tale riconoscimento era stata avanzata il 26 luglio dello stesso anno al competente Ministero, dal Preside della Provincia di Savona e dai Podestà dei comuni di Savona, Cairo Montenotte, Cengio, Vado Ligure e Finale Ligure.

Presidente di questo nuovo Ente viene nominato l’avv. Michele Zambellini che in data martedì 18 gennaio 1938, XVI anno dell’era fascista, convoca la prima seduta del Consiglio di Amministrazione dalle ore 15 alle ore 17, presso la sede del Palazzo della Provincia e delle Corporazioni sito in Calata P. Sbarbaro, a Savona.

Dopo un rapido accenno sulla necessità di incrementare largamente la costruzione di case popolari per dare comodo asilo a molte famiglie operaie di Savona e di alcuni importanti centri industriali della nostra provincia – così recita il verbale di quella seduta – (che riprende una finalità già presente nei programmi delle prime società operaie di ispirazione mazziniana e poi del nascente movimento socialista di fine ’800), il Presidente invita i presenti alla discussione delle pratiche all’o.d.g.

Approvate quelle più semplici (i regolamenti interni, il servizio di riscossione e dei pagamenti affidato alla Cassa di Risparmio che si era offerta di svolgerlo gratuitamente), il Consiglio affronta il tema spinoso del primo bilancio preventivo.

Il Presidente fa presente, a malincuore, che tra le spese deve essere previsto un canone di L. 100 mila da versare al Comune di Savona per le case popolari di sua proprietà di via Milano e di via Istria, e cedute in uso al nuovo Istituto.

Fa anche presente che quasi tutto il piano terreno della casa di via Istria è occupato gratuitamente dal Dopolavoro (fascista) intitolato a “A. Prefumo” mentre sono così innumerevoli le richieste di alloggi che non si possono soddisfare.

E, sempre il Presidente, propone al Consiglio di richiedere l’attenzione delle Superiori gerarchie sulla necessità che vengano restituite nel più breve tempo alla libera disponibilità dell’Istituto i locali occupati dal predetto Dopolavoro non avendone i titoli in quanto non ha finalità di opere di beneficienza ed assistenziali. Viene poi affrontato il bilancio preventivo che pareggia a L. 223.986,80. Si tenga presente che il valore della lira rivalutata era pari, nel 1938, a 1.264,95 lire di oggi per cui quel bilancio “valeva” 283 milioni. Vengono poi affrontati i progetti per nuove costruzioni per le quali l’Istituto ha una disponibilità di 3 milioni. Essi vengono approvati e prevedono la costruzione di 122 alloggi (per un numero complessivo di 365 vani) di cui 30 a Savona, 20 a Cairo, 30 a Cengio, 22 a Vado, 20 a Finale. Osserva, però, il Presidente, come il numero di locali previsti sia irrisorio di fronte al fabbisogno determinatosi in Provincia per il recente impianto di varie industrie che hanno attirato migliaia di operai in piccoli centri assolutamente impreparati a riceverli ed a alloggiarli umanamente… mentre il fabbisogno del capoluogo è addirittura assillante e prova ne sia il numero di domande di alloggio (oltre 150) che non si possono soddisfare…

Infine l’avv. Zambellini evidenzia come la situazione diverrà ancor più difficile quando il Comune inizierà la demolizione della località denominata “Cassari” (ciò che, purtroppo, avvenne prima della guerra) abitata in prevalenza da famiglie disagiate e per la quale spesa si spera che l’Istituto avrà i finanziamenti necessari per far fronte alla richiesta di case da parte di chi la perderà.

La seduta, quella prima seduta, è tolta alle ore 16,30 non senza che il Consiglio accetti due inviti del Presidente: uno rivolto ai Comuni interessati perché provvedano a pagare i relativi progetti per i costruendi alloggi e l’altro mirato a far sì che nessun lavoro che impegni l’Istituto sia incominciato se prima non si risolve la penosa situazione del bilancio della quale si è sopra discusso.

Altri problemi vengono sollevati nel dibattito che si svolge nel corso della seconda seduta convocata per il 12 luglio del ’38.

In quell’occasione l’ing. Lorenzo Isetta, rappresentante del Comune di Savona, solleva senza mezzi termini, il problema dell’affidamento dei lavori, rilevando che ad ogni gara ha preso parte un solo appaltatore, il che ha permesso a questi, di offrire un modesto ribasso, attribuisce la circostanza ad intervenuti accordi fra i concorrenti. Lunga discussione terminologica su trattativa privata, licitazione privata (quella seguita), asta pubblica, per poi approvare le risultanze di una licitazione a cui avevano partecipato due ditte (la Angelo Mezzacane e la Angelo Macchi) che avevano offerto un ribasso rispettivamente dello 0,30% e dello 0,75%.

Poi si delibera l’acquisto di alcuni terreni a Cengio e, infine, si arriva al punto più importante della seduta: quello di deliberare sulla traslazione (giusta l’art. 3 dello Statuto) delle proprietà immobiliari del Comune di Savona (le case di via Milano e via Istria, costruite molti anni prima) per un valore di L. 3.772.000.

In quella occasione si perfeziona la pratica per il conferimento all’Istituto di un’attività del Comune di Finale Ligure per complessive L. 300 mila lire di cui 200 mila in contanti e 100 mila quale valore di un terreno destinato a case popolari.

Nel 1938 il Consiglio si riunisce ancora una volta, il 18 agosto, per approvare la costruzione di tre case a Finale aggiudicando i lavori alla ditta Carlo Baldi, per l’acquisto di alcuni terreni a Cengio e per impostare il bilancio di previsione per il 1939.

Erano anni in cui l’Istituto aveva una sola impiegata, prima a tempo parziale (L. 180 al mese), poi a tempo pieno (L. 360 al mese), le spese di cancelleria e stampati era di 10 mila lire all’anno e i fitti rendevano 154.026.

Nel 1939 il Consiglio si riunisce sei volte e dalla lettura dei verbali si capisce che la sua attività sta diventando più impegnativa.

Nella seduta del 24 febbraio si approva il Conto consuntivo dell’anno XVI del regime fascista, il 1938, che pareggia a L. 76.054,22, vengono deliberate Provvidenze atte a favorire l’incremento demografico (una mensilità d’affitto abbuonata per ogni figlio “nuovo”), la riduzione dei canoni per le famiglie numerose e per i grandi invalidi del lavoro, la correponsione di qualche regalia a coloro che hanno facilitato particolari procedure nell’interesse dell’Istituto.

Più impegnativa la riunione di sabato 22 aprile poiché viene contratto un mutuo di L. 1.545.500 con l’Inps per la costruzione di case popolari a Cengio, Cairo e Finale mentre in quella successiva di sabato 24 giugno viene deciso (essendo andata deserta una precedente licitazione privata) di accettare l’offerta a trattativa privata della ditta Rossi Giovanni, per la costruzione di una casa in via Istria, la quale aveva praticato un prezzo inferiore dello 0,50% rispetto a quello di base.

La riunione di sabato 5 agosto si apre in modo solenne per commemorare la fulgida figura di Costanzo Ciano, decidendo di dedicare la costruenda casa di via Istria all’Eroe di Buccari.

Poi i consiglieri ripartiscono alcuni mutui della tranche per il triennio 1938-40, in questo modo:

L. 1.375.000 per l’acquisto di un terreno e la costruzione di case a Legino quale primo gruppo di un villaggio-giardino in quella frazione del Comune di Savona;

L. 245.000 per la costruzione di una casa a Cengio.

Interessante la discussione che si accende quando il Presidente porta all’approvazione numerose parcelle per progetti commissionati all’esterno dell’Istituto. Tutti i membri del Consiglio riconoscono la necessità di istituire un Ufficio tecnico interno all’Istituto quale soluzione ottimale.

Poi, una curiosità: a fronte di una lettera dell’Unione provinciale della Confederazione fascista dei lavoratori del Commercio che intende corrispondere L. 1.000 (un milione e 211 mila lire di oggi) agli squadristi dipendenti dell’Istituto, i consiglieri deliberano di accettarne soltanto 500 lire, da dare al custode, Rocco Cosimo, il quale, essendo anche bidello della scuola elementare, ha già percepito il premio di L. 2.000.

Somme cospicue, se si pensa che proprio nel successivo Consiglio di sabato 23 settembre, il consigliere anziano avv. Luigi Cambiaso apre la sua relazione (appellando i suoi colleghi, per la prima volta in quel Consiglio, con il titolo di camerati) per il bilancio di previsione del 1940 (XVIII) e parlando del personale precisa che lo stipendo del Direttore è di L. 500 al mese, mentre per l’impiegata vengono stanziate L. 400 e per il custode, l’alloggio a titolo gratuito.

Il primo Consiglio del 1940 si apre sotto la presidenza del dott. Giuseppe Gasti, già insediatosi in verità, il 19 ottobre del ’39. È il 24 febbraio, l’Europa è già in guerra, ma l’eco di quanto sta avvenendo sui campi di battaglia che vedono temporaneamente vittoriose le armate germaniche, non arriva nella sede dell’Istituto in via Pia 1, dove i consiglieri deliberano l’acquisto di terreni a Cairo e a Savona in località S. Maria e l’appalto della casa popolare di Cengio in località Bagnolo.

Non senza aver polemizzato con la “Montecatini” di Cairo in riferimento ad una sua pretesa, a fronte di un contributo per l’acquisto di terreni per costruire delle case operaie, di impegnare il Comune di Cairo (e quindi l’Istituto che avrebbe dovuto erogare tale somma di denaro), per un finanziamento di L. 300 mila. Pretesa per la quale il consigliere avv. Emilio Randacio dichiarava essere inammissibili i criteri prospettati dalla Montecatini in quanto essa, pretendendo che L. 300 mila siano destinate soltanto a Cairo, invade il campo dell’Istituto, il che, non è confacente alla nostra dignità di fascisti e di uomini.

Sempre in quella riunione i consiglieri apprendono il responso negativo della Commissione tecnico-sanitaria (nominata dal Prefetto) in merito al terreno di Legino (dove doveva sorgere il villaggio-giardino) e si infervorano in una lunga discussione sulla necessità di costruire alloggi ultraeconomici costituiti, su consiglio dell’avv. Randacio, rappresentante del Consiglio provinciale delle Corporazioni, di una piccola cucina e di una camera grande, mentre l’ing. Marcello Campora, in rappresentanza del Comune di Savona, consiglia particolari accorgimenti nelle costruzioni delle case per abbassare i successivi costi di manutenzione.

Il secondo Consiglio del ’40 viene convocato per il 10 luglio (un mese dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini) per autorizzare il Presidente ed accendere un mutuo di L. 800.000 con l’Ina.

Il successivo Consiglio del 24 agosto è caratterizzato dalla decisione di costruire le cosiddette case minime per fornire alloggio con fitti ridottissimi, a coloro che si trovino in condizione di particolare bisogno. Esse, peraltro, erano state previste da una circolare del Ministero dell’Interno del luglio ’40 e saranno ricordate nei decenni successivi con particolare risentimento da tutta l’opinione pubblica.

Ne furono ipotizzate di due tipi: ad un solo ambiente con cucinotta in alcova ed una piccola ritirata; a due ambienti (camera e soggiorno). Il costo previsto comprensivo della quota di terreno era rispettivamente di L. 14 mila (corrispondente a L. 14.532.000 in moneta rivalutata) e di L. 22 mila (corrispondente a L. 22.836.000).

Per Savona ne erano previste 35 ad un solo ambiente e 35 a due.

Il bilancio preventivo per l’anno 1941 (XIX) dopo la relazione che ritualmente inizia con l’appellativo di camerati rivolto ai consiglieri dal Presidente, pareggia a L. 305.847,85 e tra le entrate i fitti “rendono” L. 243.066,60 mentre tra le spese, 82.900 lire se ne vanno per interessi passivi, 40 mila in spese generali, 74 mila in gestione degli stabili.

Il Consiglio, poi, delibera l’adattamento dei locali lasciati dal Dopolavoro “A. Prefumo” ad alloggi, la costruzione di una casa per L. 1.430.000 in piazza Padre Reginaldo Giuliani, la costruzione di 10 casette semirurali a Cairo in località Buglio e di due a Cengio e si conclude con la decisione di vendere il terreno ex Garello nello stesso Comune perché non idoneo per la costruzione di case popolari.

Nel 1941 il Consiglio viene convocato tre volte.

In quello di sabato 19 marzo vengono esaminate diverse pratiche la più importante delle quali riguarda la prima di una convenzione con l’Ilva per la donazione di un suo terreno all’Istituto. Si trattava di un’area di 20 mila metri quadrati sita nel quartiere delle Fornaci che la “Società Anonima Ilva Forni e Accaierie d’Italia” intendeva mettere a disposizione dell’Iacp, a lotti, però, per la costruzione da parte di questo, di case operaie nell’arco di cinque anni. Un’altra pratica riguardava il perfezionamento dell’acquisto di un terreno a Cairo di proprietà del signor Angelo Bellato, di un altro ubicato a Cengio di proprietà del cav. Giongo Alfredo e di Ostelli Maria ed Eredi Arena.

Il Consiglio recepisce poi, l’assegnazione di 3 milioni di lire (corrispondenti a due miliardi e settecento milioni di oggi) per la costruzione di case nonché il “dono” di un milione del Duce sempre finalizzato allo stesso uso e immediatamente ripartito dall’Eccellenza il Prefetto tra il Comune di Savona (L. 670.000) e quello di Finale (L. 330.000).

Il Consiglio deliberava, poi, di ripartire l’assegnazione predetta, cui veniva sommato un altro milione, per finanziare la costruzione di case minime e semintensive a Savona, Cairo, Cengio.

Infine approvava il conto consuntivo (costituito dalla situazione patrimoniale e dal rendiconto economico) dell’anno precedente che pareggiava sui sette milioni e mezzo di lire.

Anche nel corso dell’adunanza del 16 giugno vengono trattati argomenti di ordinaria amministrazione tra cui il bilancio di previsione per il periodo 1 luglio ’41 – 30 giugno ’42 che pareggiava sulle 375.138,90 lire e una Convenzione con la “Società Aziendale Colori Nazionali Affini (Acna) avente sede in Milano”, che prevedeva un contributo di L. 145 mila (poco più di 130 milioni in moneta di oggi) per la costruzione di casette popolari a Cengio da parte dell’Istituto, il trasferimento di un terreno da parte del Comune di Vado all’Istituto, confinante con la proprietà Italo-Americana e con la via Sabatia.

L’ultimo Consiglio del ’41 si riunisce il 20 novembre, sempre nella sede di via Pia 1.

Viene approvato il conto consuntivo al 30 giugno di quell’anno, un mutuo di 2 milioni con l’Inail per la costruzione di casette semirurali a Cairo e la relativa aggiudicazione dell’appalto cui erano state invitate 22 ditte, al signor Ferrato Mario.

Nonché altri mutui, sempre con l’Istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione contro gli infortuni, per la costruzione di alcune case popolari a Cengio in località Bagnolo e Bricchetto.

Il 30 marzo 1942, ventesimo dell’era fascista, il Consiglio dell’Istituto, anziché in via Pia 1, si riunisce nuovamente in una sala del Palazzo comunale per gentile concessione del Podestà.

Dalle entrate del bilancio di previsione che pareggia, per il conto economico, su L. 456.254,40 (una lira di quell’anno valeva 776 lire di oggi), si può verificare dai fitti percepiti, la consistenza del lavoro svolto dall’Istituto dell’inizio della sua attività, nel ’38.

Essi ascendono a complessive L. 292.111,40 e derivano dall’affitto delle case di via Milano e via Istria (cedute dal Comune di Savona all’Istituto), per L. 91.030,20 e L. 63.764,40, da quelle di via Istria, costruite dall’Istituto ed entrate in esercizio dal 13 maggio del 1941, per L. 53.772. A Cengio l’Istituto percepisce i fitti di tre case in località Bricchetto dal 1 novembre del 1939 e di due casette in locazione dal 1 ottobre 1941 per un totale di L. 48.668.

A Finale, le tre case di via Regina Margherita, in esercizio dal 1 novembre 1940 “rendono” 34.576,60 lire.

Per quell’anno finanziario sono inoltre previsti fitti di alcune case ancora in costruzione per L. 56.970.

Si tratta delle casette popolarissime di Savona e Finale, finanziate con l’elargizione del Duce, delle case di Cairo in via Nazionale del Piemonte e di due casette semirurali in erezione a Cengio.

Il Consiglio di domenica 12 luglio delibera la costruzione di una casa a Cengio in via Cosseria, un primo gruppo di case minime col concorso dell’Eca a Savona per un importo di L. 1.260.000, una casa popolare a Vado.

Dalla delibera relativa ai servizi di pulizia delle scale e dei cortili delle case di via Istria e di via Milano, si rileva che esse erano costituite da 280 alloggi, 22 magazzini e diverse botteghe. Il canone per tale servizio passa, nel ’42, da L. 6.500 del 1937 a L. 12.432 (corrispondente a L. 9.647.232 di oggi).

L’ultimo Consiglio di quell’anno si riunisce domenica 20 dicembre per approvare il bilancio consuntivo al 30 giugno che pareggia la situazione patrimoniale a L. 13.032.788,84 (poco più di 10 miliardi di oggi). Ovviamente il bilancio consuntivo contempla anche il rendiconto economico dell’anno per L. 391.936,53 (L. 304 milioni di oggi).

Sempre in quel Consiglio vengono poi deliberate le Convenzioni con la Montecatini di Cairo per costruire case al Buglio, con l’Acna di Cengio, con la Società Mediterranea di Pietra Ligure, con la Società Pirelli di Milano, per la costruzione di case popolari a Cairo.

Nel 1943 il Consiglio si riunisce una sola volta: giovedì 18 febbraio, dalle 10 alle 11. Viene affrontato il problema del trattamento economico del personale e viene stabilita una indennità di carica per il Presidente (Lire mille al mese corrispondente a circa 463 mila lire di oggi). Si tenga presente che il potere di acquisto della lira si era ridotto di due terzi rispetto al 1939 quando una lira valeva, in moneta di oggi, ancora 1.211 lire).

Dal bilancio di previsione per l’esercizio 1943-44 si apprende che si intendono costruire:

a Savona, 52 alloggi in piazza Padre Giuliani e 54 alloggi alle Fornaci;

a Vado Ligure, 20 alloggi in via Sabatia;

a Cairo Montenotte, 110 alloggi in località Buglio;

a Cengio, 20 alloggi in via Cosseria e 35 in località Bagliolo;

a Finale Ligure, 12 alloggi in Regione Villetta.

Nel verbale non vengono però precisate le tipologie di detti alloggi, che, come abbiamo visto in precedenza, sono in buona misura, costituiti da case semirurali, case minime o case popolarissime. Il bilancio predetto prevede poi di pareggiare a L. 649.822,20.

Come noto, gli avvenimenti politici e militari che si succedono fra il ’43 e il ’45 (la caduta del Fascismo il 25 luglio del ’43, l’armistizio del Governo Badoglio con gli Alleati l’8 settembre, l’occupazione tedesca dell’Italia del Centro-Nord, la fuga del Re e del Governo a Brindisi, la nascita della Repubblica Sociale di Salò asservita alla Germania di Hitler, la Resistenza, la Liberazione dal nazifascismo il 25 aprile del ’45) si ripercuotono in modo drammatico su tutta la vita civile e amministrativa del nostro Paese e non potevano non influenzare anche i lavori del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto il quale si riunisce, di nuovo, soltanto il 31 luglio 1944.

Il Presidente, Giuseppe Gasti, apre la riunione con questa considerazione: Le costruzioni in corso sono tutte sospese per la mancanza di materiali e le imprese hanno chiesto la rescissione dei contratti.

Si tratta delle costruende case di Savona, Vado, Cairo, Cengio, Finale, di cui abbiamo accennato in precedenza.

Poi viene approvato il bilancio di previsione per l’esercizio 1944-45 per L. 546.037,90.

Il Consiglio si riunisce ancora lunedì 6 novembre dalle ore 11 alle 12 per l’approvazione di alcune deliberazioni di carattere amministrativo. Sarà l’ultimo, prima della Liberazione.

Ma i suoi membri non potevano saperlo. Essi erano:

il Presidente: Dott. Comm. Giuseppe Gasti;

i Consiglieri: Cav. Uff. Ing. Sebiatti, in rappresentanza dell’Amministrazione provinciale; Cav. Uff. Nicolò Bozzano, Cav. Uff. Ing. Marcello Campora, Cav. Pietro Cerisola, in rappresentanza del Comune di Savona; Cav. Dott. Enrico Berlingeri, in rappresentanza del Segretario Federale; il Sig. Cecchetti Romano, in rappresentanza del Comune di Cengio. Erano assenti a quella seduta: il Cav. Uff. Avv. Emilio Randacio, il Comm. Dott. Nicolò Fortini, il Dott. Edmondo Degiovanni, il Cav. Avv. Armando Rodino. Assente, inoltre, perché richiamato alle armi, il Cav. Francesco Ambrosiani. Presente il Sindaco effettivo, in rappresentanza della Prefettura, Cav. Uff. Rag. Eugenio Milanta e il Direttore dell’Istituto, Rag. Alberto Tondi.

Essi avevano amministrato l’Istituto all’interno di un contesto culturale, politico, sociale e finanziario quale quello determinato dallo Stato fascista prima e dalla Repubblica Sociale Italiana di Salò, dopo, fra contraddizioni, difficoltà di ogni genere e momenti drammatici.

Dopo la Liberazione di Savona e della nostra Provincia (come noto alla Resistenza savonese partecipano circa 5.000 volontari di cui oltre 500 cadranno sui campi di battaglia), sarà il Dott. Michele Tortarolo, nominato Commissario straordinario dell’Istituto con Decreto Prefettizio n. 9563 del 6 giugno 1945, assistituto dal direttore Alberto Tondi, a riattivare i compiti istituzionali dell’Iacp con una serie di atti amministrativi.

Poi, finalmente, martedì 10 settembre 1946, si insedia, presso la sede dell’Istituto, il nuovo Consiglio di Amministrazione.

Esso era composto da:

il Presidente: Dott. Domenico Mollo;

dai consiglieri: Dott. Ezio Scotto, in rappresentanza dell’Amministrazione provinciale; dall’ing. Angelo Martinengo, dal Sig. Bartolomeo Repetto, dal Sig. Angelo Piccardo, dal Sig. Cornelli Felice, in rappresentanza del Comune di Savona; dall’Ing. Slacanica per il Comune di Cengio, dal geom. Pietro Negro per il Comune di Cairo, dal Sig. Granero Aldo per il Comune di Finale, dal Dott. Luigi Lugaro per il Comune di Vado. Assente l’Ing. Silvio Volta, per la Prefettura di Savona;

dai Sindaci effettivi: Rag. Lauro Negri per il Ministero dei LL.PP.; rag. Eugenio Milanta per la Prefettura, Prof. Giuseppe Calandrone per la Camera di Commercio;

il direttore: Rag. Alberto Tondi.

Il Presidente, nominato dal Ministero dei LL.PP. con Decreto n. 4180 del 10 luglio 1946 apre la seduta con una lunga relazione alla discussione della quale sollecita, punto per punto, tutti i Consiglieri.

Ricostruisce la storia dell’Istituto, lamenta che l’Amministrazione provinciale, il Comune di Finale e quello di Cengio non hanno ancora provveduto a conferire all’Istituto in tutto o in parte quanto stabilito all’atto della sua Istituzione, fa un censimento degli alloggi dell’Istituto che risultano essere 386 ubicati nei Comuni di Savona, Finale, Cairo e Cengio, evidenzia lo stato di abbandono in cui si trovano e la necessità di interventi di manutenzione radicali, fa il punto della situazione per quanto concerne i rapporti in corso con privati, imprese costruttrici, aziende industriali, istituzioni pubbliche.

Per quanto concerne il personale (un direttore e due impiegate) il nuovo Presidente accetta le dimissioni più volte presentate in precedenza dal Direttore e sottopone al Consiglio la nomina del nuovo nella persona dell’avv. Nicola Randacio, reduce di guerra e di prigionia che ho avuto agio di apprezzare in altro e importante e delicato ufficio provinciale.

Infine, il Presidente, affronta la questione del Bilancio con questa premessa: Non mi è possibile darvi un bilancio del nostro Istituto perché esso, dal 1941 in poi, per ragioni determinate dalla situazione interna del Paese, non è stato più redatto… Mi limiterò, quindi, a darvi una semplice situazione contabile quale risulta dalle scritture, tutt’altro che rosea…

Infatti il deficit fra entrate (L. 645.963,21) e uscite (L. 1.287.224,16) sommava a lire 641.260,95 (corrispondenti a L. 28.856.000 di oggi). Come noto il potere di acquisto della lira, nel 1946 era diminuito rispetto al 1939 – l’ultimo anno prima della guerra – di circa 47 volte. Tanto che i coefficienti di rivalutazione della nostra moneta assegnano un valore di 1.211,4499 alla lira del ’39 e di L. 44,8089 alla lire del ’46 (si veda, al riguardo, la tabella del valore della lira dal 1861 al 1997 riportata alla fine di questo capitolo). Che fare, in questa situazione?

Il Presidente aveva proposto di aumentare gli affitti, “irrisori”, a suo dire. Infatti essi oscillavano fra un minimo di L. 17,34 per vano delle case popolarissime di Finale ed un massimo di L. 69,45 per vano delle case di Cengio in località Bricchetto. Vale a dire, in moneta rivalutata di oggi, tra L. 765 e L. 3.105.

La proposta fu quella di aumentare gli affitti da un minimo del 40% ad un massimo del 150% per le abitazioni e del 200% per le botteghe e i magazzini. Proposta approvata dal competente Ministero ma bocciata dagli inquilini che dopo vivaci proteste ed il rifiuto di pagare i nuovi affitti, interessavano anche le autorità savonesi. Si arrivava così ad una transazione provvisoria che prevedeva aumenti del 20% per le case poste in esercizio dopo il 1940 ed il 65% per quelle affittate in data anteriore.

Stesso discorso per la situazione di cassa, la situazione dei contratti (rescissi in precedenza dalle imprese, come già detto), degli stipendi del personale inferiori a quelli percepiti dalle categorie similari.

Insomma, una situazione difficile quella interna all’Istituto subito dopo la guerra, quasi impossibile da “governare” poiché il contesto socioeconomico di Savona, della sua provincia e in generale del Paese era reso drammatico dalle conseguenze disastrose di cinque anni di guerre, di distruzioni, di privazioni.

Pur tuttavia, il nuovo Consiglio tende a risanare la situazione finanziaria e a riattivare tutti i rapporti esterni con soggetti pubblici e privati per conseguire le finalità dell’Ente.

Così, nell’adunanza di giovedì 20 marzo 1947, nella sede dell’Istituto, dalle ore 16 alle ore 19,45, viene approvato all’unanimità anche il punto all’o.d.g. che recitava: Presentazione, esame ed eventuale approvazione bilanci consuntivi 1942/43, 1943/44, 1944/45, 1945/46.

E il bilancio preventivo per l’esercizio 1946/47 veniva approvato oltre che dal Consiglio di Amministrazione anche dai Sindaci dell’Istituto nelle seguenti risultanze finali:

Entrate previste: L. 1.057.674

Uscite previste: L. 7.749.917

Deficit: L. 6.692.323

Raccomandano (i Sindaci dell’Istituto) che si facciano le pratiche necessarie per ottenere un congruo contributo statale per colmare il predetto deficit che in moneta rivalutata corrisponde a 180 milioni.

Gli inquilini erano a conoscenza, ovviamente, delle condizioni finanziarie del loro Istituto. Questa situazione caotica e per certi versi drammatica del secondo dopoguerra affiora, del resto, anche nelle interviste raccolte presso diversi inquilini “storici” delle case di via Milano e di via Istria.

Gli intervistati, vecchi operai delle fabbriche di Villapiana e anziane signore di quel quartiere, ricordano, in un dialetto savonese sopravvissuto alle mille contaminazioni linguistiche di questi cinquant’anni, i tempi precedenti alla seconda guerra mondiale quando nei caseggiati di via Istria e di via Milano si viveva da poveri ma con grande amicizia e solidarietà. E soprattutto senza invidia nei confronti degli altri perché eravamo tutti uguali.

Quando i problemi di una famiglia venivano socializzati da tutti i vicini di casa; quando si andava e veniva lasciando la porta aperta; quando ci si scambiava un piatto di minestra e si assistevano a turno i malati. Quando, ragazzi, si andava in giro per gli orti di Savona (specie quelli di Legino) un po’ per gioco, ma anche spinti dall’appetito, in cerca di frutta, per sbarcare la giornata.

Quando i bambini giocavano nei cortili e nelle strade alla “lippa” o “cun u bidò”.

Tempi duri e difficili in cui di soldi ne circolavano pochi e di libertà di parlare di politica e di problemi sociali ce n’era ancora di meno.

Ma tempi che vengono ricordati in modo positivo. Forse perché questi anziani inquilini in quel tempo riscoprono, parlandone, i loro primi vent’anni, i primi innamoramenti, la gioia della vita. Forse perché tra i ricordi di quel tempo affiorano affetti e amicizie andate… Poi, dalle interviste, vengono fuori i racconti degli anni drammatici della guerra, della caduta del fascismo e delle sue prepotenze, della Resistenza e, infine, la gioia per la ritrovata libertà in un mondo nuovo in cui dover muovere i primi passi.

Nel corso di questi colloqui emerge comunque, nei confronti dell’Istituto un atteggiamento di riguardo, di stima.

C’è chi esibisce tutte le ricevute, chi il vecchio contratto di affitto ormai ingiallito dai decenni passati, chi rievoca con tono epico le modalità per accedere al godimento della casa, chi ricorda le regole che disciplinavano il funzionamento dei caseggiati, chi si riteneva orgoglioso di far parte della squadra di giovani delle case di via Milano in “lotta” continua contro quelli di via Istria.

Testimoni, tutti, di una generazione di savonesi che ha saputo affrontare con dignità, coraggio e coerenza cambiamenti epocali che hanno portato Savona e il nostro Paese dai tempi della povertà e della dittatura a quelli della democrazia e di un maggiore, diffuso e più equo benessere, pur fra mille contraddizioni.

C’è voluto tempo, lavoro e denaro in questi decenni per migliorare la situazione dell’Iacp, ristrutturare i vecchi edifici, costruirne di nuovi: da Andora a Varazze alla Valbormida, come bene documenta Giovanni Cerisola nel prossimo capitolo.

Oggi l’Istituto amministra un patrimonio immobiliare di 2750 appartamenti di cui 261 di proprietà dei Comuni di Savona, Varazze e Cairo e 2489 di sua proprietà abitati da circa novemila persone. Lo stato patrimoniale ha un valore di 147 miliardi di cui 113 costituito da immobili e il conto economico del 1997 ha chiuso in pareggio a L. 25 miliardi e 187 milioni. L’introito derivante dai canoni di affitto è stato di 5 miliardi e 288 milioni.

Proprio in questo 1998, a cinquant’anni dall’insediamento del Primo Consiglio di Amministrazione, l’Iacp ha cambiato nome e ragione sociale divenendo un’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia. Soggetto economico pubblico che, in base alla legge n. 9/98 della Regione Liguria dovrà “navigare” nel “mercato” con mezzi propri con un duplice scopo: onorare le sue finalità istituzionali le cui radici, lunghe più di un secolo, affondano nelle battaglie sociali e politiche che con il Risorgimento arrivano e attraversano tutto il ’900 (dare solidarietà concreta alle famiglie, che necessitano di una casa, ad un affitto fortemente calmierato rispetto a quelli “liberi”; reperire risorse finanziarie attraverso un impegno professionale dell’Azienda sul mercato, mirato a realizzare i profitti necessari per la sua sussistenza; dimostrare, nei fatti, che quello italiano non è un popolo razzista, aprendo i bandi per l’accesso alla case anche alle famiglie provenienti da Paesi extraeuropei).

Quella che attende A.R.T.E. di Savona è, dunque, una sfida su più fronti tutta da “combattere”, tutta da “vincere” da oggi al 2000 e oltre.

Mario Lorenzo Paggi
Serafino Briano

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